Incontro a Miriadiadup 2/2/2016

Che dormita!

Dopo quasi 5 giorni di navigazione per coprire le 700 miglia da Curaçao alle San Blas con la barca in continuo rollio, poter dormire una notte tutta di fila senza fare i turni e senza doversi tenere per non cascare giù dalla cuccetta è stato un paradiso…

Ieri siamo atterrati all’isola di Miriadiadup che era già buio pesto. Siamo arrivati all’ancoraggio guidati dal GPS e dalla luce di fonda di un’altra barca ma, ovviamente, non ci siamo resi conto di dove fossimo.

Mi sveglio a giorno fatto nel silenzio più totale rotto solo dal frangere del mare sul reef non molto lontano e dallo stridulo grido degli uccelli (una specie di gazze tutte nere).

Esco in pozzetto e ogni più ottimistica aspettativa è soddisfatta: siamo a circa 100 metri da un isolotto proprio di quelli che si vedono nei film o all’Isola dei Famosi: spiaggia bianca, palme, vegetazione lussureggiante.

Dopo l’immancabile caffè decidiamo di fare una nuotata fino alla spiaggia e fare due passi sull’isola.

L’isola avrà un diametro di non più di 3-400 mt e a percorrere tutto il perimetro sulla spiaggia ci mettiamo non più di una ventina di minuti,

Notiamo su un lato dell’isola due o tre capanne col tetto in paglia ma non vedendo nessuno supponiamo che siano rifugi di pescatori e comunque che non siano abitate.

 

Dall’altra parte dell’isola, vicino al punto in cui siamo arrivati a nuoto, quasi nuovamente di fronte alla barca, troviamo altre capanne ma questa volta ci viene incontro una donna.

È una appartenente alla popolazione Kuna Yala, indigeni rimasti allo stato primitivo che abitano le isole dell’arcipelago.

Si spostano tra le isole in canoe scavate nei tronchi, in rari casi con un motore fuoribordo, e abbordano le barche dei turisti di passaggio cercando di vendere aragoste, prodotti della pesca e artigianato locale, per lo più copertine o scialli variopinti tessuti a mano, chiamate molas.

Orbene, questa donna, dall’indefinibile età (poteva avere da 40 a 90 anni…), piccolissima e magrissima, non più alta di Nicolò, il mio nipotino di 6 anni, con delle gambine incredibilmente magre (e storte…), sdentata e piena di rughe, vestita con gli abiti variopinti tipici dei Kuna, ci è venuta incontro indicando con insistenza un bambino di non più di 10 anni (che poteva essere il figlio come il nipotino), sdraiato su un’amaca nei pressi della loro capanna e pronunciando parole di cui non riuscivamo a capire il significato.

Pensando che volesse venderci qualcosa abbiamo fatto segno di essere in costume da bagno e di non avere nulla con noi.

Ma questa non si dava per vinta e, finalmente abbiamo capito che diceva “escuela, escuela” facendo con la mano il gesto di scrivere.

Il bambino si è avvicinato dicendo “libro” e, anche se siamo un po’ tonti, con le nostre scarse nozioni di spagnolo abbiamo capito che ci stava chiedendo libri o attrezzi utili per l’istruzione del bimbo.

Il governo panamense, secondo il poco comprensibile intento di mantenere la primitività di questo popolo che si trova a vivere nelle stesse condizioni in cui viveva 100 o 200 o anche 1.000 anni fa, impone il severo divieto di fare elemosine o regali soprattutto ai bambini e, forse, proprio grazie a questa norma, almeno per quel poco che abbiamo potuto vedere, non vige l’abitudine che invece è comunissima in altri paesi poveri, secondo cui stuoli di bambini ti assalgono chiedendoti caramelle, spiccioli o regalini.

Questa donna che vive in condizioni primitive, senza acqua, senza servizi, nutrendosi probabilmente esclusivamente di pesce e noci di cocco (di cui l’isola è pienissima), si è preoccupata di recuperare un libro per il suo bimbo anziché chiederci soldi o cibarie o acqua…

La necessità di salpare e spostarci sull’isola Porvenir distante una dozzina di miglia per il solito disbrigo delle pratiche doganali e di immigrazione ha fatto sì che non siamo tornati da quella donna per regalarle un quaderno o delle matite o un libro (anche se non avrei saputo che libro darle).

Mi è un po’ spiaciuto e sono rimasto molto colpito da questo incontro che mi ha fatto riflettere non poco…